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I piccoli numeri della Val Palot e l'assistenza del volontariato hanno creato un clima umano e una risposta all'intolleranza.
L'aria era frizzante ieri in Val Palot, anche se il caldo agostano non mancava di far sentire la propria presenza; ma non si trattava certo di temperature da deserto come quelle sopportate per giorni, settimane o mesi dai profughi fuggiti da Mali e Senegal, passati attraverso la Libia e approdati sulla montagna pisognese dopo la tappa di Lampedusa. Aria frizzante e anche di festa, con una tavola imbandita di tutto. Si festeggiava la fine del Ramadan; e per i 14 ospiti del residence di Antonio Colosimo era quasi come essere a casa.
Tutt'altra aria rispetto a quella che si respira alle Baite di Montecampione. Certo, anche qui c'è la distanza dal centro; anche qui alcuni segnali di locale intolleranza si fanno sentire; anche qui c'è la giornata da occupare, ma il gruppo ristretto, le etnie limitate (solo due) e quindi facilmente integrabili, la presenza di quattro insegnanti volontarie che tengono lezioni di italiano, Antonio Colosimo e il suo braccio destro Mimmo di origine marocchina, che formano un tutt'uno con i rifugiati, danno l'idea di cosa sia l'accoglienza diffusa tanto auspicata dal Centro sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati.
I numeri limitati hanno la loro importanza, ma i prossimi giorni potrebbero essere un banco di prova, se ci fossero i nuovi arrivi annunciati al gestore. «Qui si vive una situazione strana - commenta Colosimo -: si passa dalla generosità viscerale di qualcuno a una incomprensibile intolleranza da parte dei locali». E non manca di citare la freddezza burocratica di qualche amministratore comunale, e la generosità di un altro che ha donato a tutti una decina di euro.
Lui però si rifiuta di condividere il giudizio di chi parla di bomba a orologeria riferendosi alla presenza di queste persone in Valcamonica: «Ritengo sia una sciocchezza; probabilmente chi lo dice lo fa per interesse, senza pensare che dovrebbe invece favorire la tranquillità e non fomentare l'intolleranza».
Poi il discorso vive una piacevole interruzione: la signora Luciana, che con le amiche Fausta, Patrizia e Maddalena (guarda caso tre con casa nella Bergamasca e una sola di Pisogne) salgono in Val Palot per insegnare l'italiano e organizzare qualche momento di svago. Invita Adama, un giovanottone di 20 anni , a cimentarsi nella lingua tricolore e spunta anche il quadernetto sul quale appunta le frasi di uso comune. Il tempo di una sbirciata e parte un coro: è l'inno nazionale del Mali, seguito da quello d'Italia. Certo, molte parole mancano, ma l'effetto festa c'è tutto.
Ieri in Val Palot c'era anche il consigliere regionale Francesco Patitucci (Idv) accompagnato da Biagio Angrisano, che ha commentato così: «Serve una grande cultura umanistica per affrontare le tematiche riguardanti i processi di immigrazione, perchè questa consente di rispecchiarci nella nostra storia e nella nostra sofferenza di uomini».

 

Francesco Patitucci

Consigliere regionale IDV della Lombardia

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